Il cane robot non è un cane, e non è un K9. Lo spiego partendo da un ricordo diretto: ho avuto modo, durante la mia carriera, di assistere alla presentazione di uno dei primi cani robot antiesplosivo. Si chiama cane robot perché nella forma assomiglia a un cane, quattro zampe, andatura quadrupede, corpo compatto. Ma nella sostanza operativa l’utilizzo è molto diverso, ed è proprio questa distanza tra la forma e la funzione che genera la maggior parte degli equivoci quando se ne parla.
Due sistemi, non un’evoluzione dell’altro
Il cane robot e l’unità cinofila sono due asset distinti, utilizzabili in circostanze differenti o anche nella stessa circostanza, ma non sono la stessa cosa vista in due fasi della sua storia. Se pensiamo al cane robot nella sua declinazione più concreta, quella di robot antiesplosivo utilizzato dagli artificieri per ispezionare, manipolare o disinnescare a distanza, stiamo parlando di un sistema elettromeccanico che integra un compito già presente da decenni nella dotazione EOD, quello del robot filoguidato o radiocomandato. La somiglianza estetica con il cane è un dettaglio di design, non un cambio di categoria operativa.
Il confronto sul campo, quando l’unità è preparata bene
Un’unità cinofila K9 costruita con metodo, selezione corretta del soggetto, addestramento continuo e certificazione verificata, non è eguagliata dal cane robot su quattro parametri operativi: velocità, resistenza, capacità e efficienza. Il cane si muove su terreno accidentato con un’agilità che nessuna piattaforma meccanica replica alla pari, sostiene turni prolungati con un affaticamento gestibile, e soprattutto porta con sé una capacità che il robot, allo stato attuale, non possiede in proprio: l’olfatto. Un robot può montare un sensore chimico, ma un sensore non è un sistema olfattivo biologico allenato a discriminare tracce in ambienti complessi, contaminati, ventosi, affollati di odori di fondo. Sono due strumenti di rilevamento fondati su principi fisici diversi, e non sono intercambiabili senza perdita di prestazione.
Il limite tecnologico: la dipendenza dal collegamento
C’è poi un punto tecnico che nella discussione pubblica viene quasi sempre ignorato. Un cane robot, come qualunque robot EOD, opera tipicamente attraverso un collegamento radio o via cavo con l’operatore, spesso rinforzato con canali ridondanti proprio perché quel collegamento è un punto di vulnerabilità riconosciuto in ambienti elettronicamente contesi. Non a caso l’intero comparto counter-IED sviluppa sistemi di jamming pensati per interrompere le comunicazioni radio dei dispositivi esplosivi, e per lo stesso principio fisico un ambiente saturo di disturbo elettromagnetico può degradare o interrompere il collegamento con una piattaforma robotica. Un cane ben preparato non ha questo problema. Può operare totalmente scollegato da qualsiasi tecnologia, senza segnale da trasmettere o ricevere, senza batteria da monitorare, senza un link che un ostile possa cercare di disturbare. È un’indipendenza operativa che nessuna piattaforma elettronica può replicare, per la semplice ragione che non dipende da un sistema elettronico.
Dove il cane robot ha senso davvero
Nulla di tutto questo significa che il cane robot sia una tecnologia da liquidare. È un’ottima tecnologia, e ha senso quando affianca l’unità cinofila o quando viene impiegata in attività collaterali o differenti: l’ispezione visiva a distanza in spazi troppo pericolosi anche per un cane, il trasporto o la manipolazione di un ordigno individuato, il sopralluogo remoto in ambienti strutturalmente instabili, la ricognizione dove l’esposizione a rischio fisico va evitata a monte. In questi impieghi il robot fa un lavoro che il cane non deve fare, e lo fa bene. Il punto non è quale dei due sia superiore in assoluto. Il punto è che rispondono a compiti diversi, con vantaggi e limiti diversi, e la loro combinazione, se pensata bene, aumenta la capacità operativa complessiva.
L’errore che continuo a leggere
Molto spesso vedo scritto e paragonato il cane, dove il futuro dell’unità cinofila sarebbe il robot. Niente di più sbagliato, niente di più inappropriato. Non è un’evoluzione, è un fraintendimento tra somiglianza estetica e sostituibilità funzionale. Il cane robot non annulla il bisogno del cane, lo affianca in alcuni compiti e lo lascia insostituito in altri, in particolare in tutto ciò che riguarda l’olfatto, l’indipendenza da qualunque sistema elettronico e quella capacità operativa che nasce da anni di selezione e addestramento, non da un aggiornamento software.
La sintesi
Il cane robot non è un cane, e non è un K9. È una tecnologia elettromeccanica che assomiglia a un cane nella forma e che può essere un valido complemento dell’unità cinofila, non un suo sostituto. Chi presenta il robot come il futuro che rimpiazzerà il cane sta descrivendo un futuro che, allo stato della tecnologia e della fisica in gioco, semplicemente non esiste.
Francesco Piliego
Canine Security Advisor
Referente Tecnico Schema FCC.PCS.1121 K9 Detection
Cum canibus in futuro
Riferimenti tecnici
Prassi operativa e tecnica dei sistemi EOD robotici: impiego di collegamenti radio o via cavo, spesso ridondanti con canali RF e fibra ottica, per garantire continuità operativa in ambienti con interferenza elettromagnetica. Sistemi di electronic warfare counter-IED e jamming a copertura di spettro, impiegati per neutralizzare l’innesco radiocomandato di ordigni, a conferma della sensibilità dei collegamenti radiocomandati all’interferenza elettromagnetica nello stesso dominio operativo. BS 8517-2:2016, Security dogs. Code of practice for the use of detection dogs, sui requisiti dell’unità cinofila da detection. Schema di certificazione proprietario FCC.PCS.1121 K9 Detection, F.C.C. Srls, Organismo di Certificazione Accreditato, in aderenza a ISO/IEC 17024.
Il presente contributo ha finalità tecnica e divulgativa e riflette un’esperienza diretta dell’autore nel settore.