Il volto è protetto, il nome del cane no: il rischio che nessuno spiega

Mi meraviglio, con una semplicità disarmante, di come si mettano in prima pagina i nomi dei cani che svolgono attività di polizia nelle città. Per acchiappare qualche like? Chi prepara il vostro cane ve lo spiega, il rischio di questa scelta? Vi indicano i protocolli a tutela dell’unità? Lo sapete quanti cani delle forze di polizia sono conosciuti dagli antagonisti e per questo esposti a un rischio concreto? E che senso ha non pubblicare mai il volto degli agenti, ma spiattellare senza pensarci il nome del cane e la sua foto? Significa non avere la minima idea del lavoro che quel team andrà a svolgere, soprattutto nei contesti di ricerca narcotici, dove i cani sono stati più volte oggetto di intercettazioni e di vere e proprie taglie.

Un’incoerenza che nessuno si spiega

Il protocollo su questo punto, nella comunicazione delle forze dell’ordine, è quasi sempre coerente su un fronte e completamente assente sull’altro. Il volto dell’operatore non si pubblica, per una ragione di sicurezza personale che nessuno mette in discussione. Il nome del cane, la sua foto, a volte persino il reparto e la città di impiego, vengono invece diffusi senza alcun filtro, quasi fosse un dettaglio di colore utile a rendere la notizia più simpatica. È un’incoerenza logica prima ancora che operativa: se la ragione per proteggere il volto dell’agente è la sicurezza, quella stessa ragione si applica, con la stessa forza, all’unità cinofila. Il cane non è un accessorio della notizia. È un asset operativo, e in alcuni contesti un asset dichiaratamente identificabile.

Il cane come bersaglio, non come aneddoto

Un cane da detection narcotici che diventa riconoscibile pubblicamente smette di essere un vantaggio silenzioso e diventa un’informazione che la criminalità organizzata può usare. Sapere quale unità opera su quale territorio, con quale cane, permette di pianificare l’elusione, di riconoscere il binomio quando si presenta, e nei casi più gravi, di mettere in atto ritorsioni dirette contro l’animale. Non è un timore teorico. Esiste un caso documentato di un cane della polizia britannica, specializzato nel rilevamento di tabacco di contrabbando, su cui un’organizzazione criminale ha posto una taglia di 25.000 sterline, proprio per la sua efficacia operativa. Quando un cane funziona bene, diventa un problema per chi delinque, e chi delinque, in alcuni contesti, ha le risorse e la volontà per provare a risolverlo alla propria maniera.

Perché il narcotici è il contesto più esposto

Nella detection antidroga il rischio è strutturalmente più alto che in altri impieghi. Il narcotraffico organizzato ha capacità di osservazione, canali informativi e un interesse economico diretto a neutralizzare l’unità che gli sta creando perdite. Un cane riconoscibile, con un nome noto e un volto associato a un territorio specifico, è un’informazione di intelligence che la controparte non deve faticare a raccogliere: gliela si consegna già pronta, con foto e didascalia, sulla pagina di una testata locale o su un post pensato per ottenere engagement.

Chi dovrebbe spiegarlo, e spesso non lo fa

Qui entra in gioco una responsabilità professionale precisa. Chi prepara un’unità cinofila per un reparto di polizia ha il dovere di spiegare, non solo l’addestramento tecnico, ma anche il perimetro di esposizione operativa che quell’unità dovrà rispettare per restare efficace nel tempo. Se questo non viene spiegato, o viene spiegato e poi ignorato dagli uffici stampa in cerca di una storia che funzioni sui social, il risultato è lo stesso: un’unità che lavora bene oggi e che, un giorno, paghera il conto della propria visibilità.

Cosa dovrebbe prevedere un protocollo serio

  • Non pubblicare il nome operativo del cane in comunicati stampa e contenuti social legati a specifiche zone di pattugliamento o a operazioni in corso.
  • Evitare la pubblicazione sistematica del volto del cane accanto a dettagli su reparto, città e specializzazione, con la stessa logica già applicata al volto degli operatori.
  • Uniformare gli standard tra ufficio comunicazione e comando operativo, così che la scelta editoriale non prevalga mai sulla valutazione del rischio.
  • Trattare l’esposizione mediatica dell’unità cinofila come parte della sicurezza operativa, non come una questione di immagine separata dal resto.

La sintesi

Proteggere il volto dell’agente e insieme esporre nome e foto del suo cane non è una scelta di trasparenza. È un’incoerenza che rivela quanto poco, ancora oggi, l’unità cinofila venga considerata per quello che è davvero: un operatore a tutti gli effetti, con gli stessi bisogni di tutela di chi tiene il guinzaglio. Finché questo non verrà capito, ogni like guadagnato con il nome di un cane pubblicato senza pensarci sarà un rischio scaricato su un’unità che, con quel cane, dovrà continuare a lavorare sul territorio.

Francesco Piliego
Canine Security Advisor
Referente Tecnico Schema FCC.PCS.1121 K9 Detection
Cum canibus in futuro

Riferimenti

Caso documentato di taglia posta da un’organizzazione criminale su un cane della polizia britannica specializzato in detection, riportato da fonti divulgative sul lavoro dei cani delle forze dell’ordine. Prassi di sicurezza operativa già adottata in ambito K9 Secure Service sull’oscuramento del volto del personale in contesti operativi sensibili, applicata per coerenza anche alla comunicazione relativa alle unità cinofile.

Il presente contributo ha finalità tecnica e divulgativa e riflette una posizione professionale dell’autore sulla sicurezza operativa delle unità cinofile.

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