Una certificazione può dimostrare che un team cane-conduttore ha soddisfatto determinati criteri in una prova definita. Non può, da sola, riprodurre tutte le condizioni nelle quali quel team sarà chiamato a lavorare.
Questa distinzione è particolarmente importante nella detection di esplosivi. Una valutazione standardizzata deve essere controllabile, ripetibile e sufficientemente uniforme da permettere confronti. L’impiego operativo, invece, espone il team a nascondigli, contenimenti, interferenze odorose, dimensioni degli ambienti e condizioni fisiche difficili da rappresentare integralmente in una certificazione.
Lo studio pubblicato da Michelle Karpinsky e collaboratori su Frontiers in Veterinary Science affronta direttamente questo problema. Gli autori hanno applicato un modello di validazione black box per confrontare prove costruite sulla base dello Standard ANSI/ASB 092 con scenari progettati per avvicinarsi maggiormente alle ricerche operative.
Cinquantasei team in tre sedi
La ricerca ha coinvolto 56 team cinofilo-conduttore provenienti da forze dell’ordine, enti governativi e aziende private degli Stati Uniti. Tutti i cani erano operativi ed erano addestrati, gestiti e alloggiati dai rispettivi conduttori o dalle loro organizzazioni.
Le prove furono svolte nel Sud-Ovest, nel Sud-Est e nell’Ovest degli Stati Uniti, rispettivamente con 20, 17 e 19 team. Ogni sessione si sviluppava su due giornate. La parte ispirata allo Standard 092 comprendeva ricerche in ambienti, veicoli, bagagli e pacchi, oltre a prove di riconoscimento dell’odore. Gli scenari più vicini all’operatività comprendevano persone con bagagli, pile di scatole, ricerche esterne, interni di veicoli e bagagli sovrapposti.
Furono impiegate sei tipologie di esplosivo obbligatorie per lo standard. Per ragioni di sicurezza, l’articolo non ne pubblica l’identità. Le prove erano single blind: i conduttori non conoscevano numero e posizione dei target, mentre i valutatori sì. Due valutatori erano presenti in ogni ricerca e il conduttore doveva dichiarare verbalmente l’allerta e indicarne la posizione.
Che cosa misura una validazione black box
In una validazione black box si osservano gli input e gli esiti del sistema senza cercare di attribuire ogni errore a uno specifico meccanismo interno. Nel caso di un EDD, il sistema non è soltanto il cane. Il risultato dipende dalla ricerca, dalla risposta addestrata, dalla capacità del conduttore di riconoscerla e dalla decisione finale di dichiarare o meno l’allerta.
Un mancato ritrovamento può quindi dipendere da più passaggi. Allo stesso modo, un falso allarme può derivare dalla risposta del cane, dalla lettura del conduttore oppure dall’interazione tra i due. La prova black box misura l’esito del team nel suo complesso, ma non identifica automaticamente la causa di ogni risultato.
Nessun team avrebbe superato i criteri applicati
Nell’applicazione adottata nello studio, lo Standard 092 richiedeva almeno il 90% di risposte corrette e un tasso di falsi allarmi inferiore al 10%. Due partecipanti furono esclusi dall’analisi individuale perché avevano completato soltanto la sessione mattutina della prima giornata. Nessuno dei rimanenti 54 team che avevano partecipato ad almeno una giornata completa raggiunse entrambi i criteri.
Il team con il risultato più elevato ottenne l’88% di risposte corrette e il 6% di falsi allarmi. Questo non significa che nessun team fosse capace di lavorare o che le certificazioni già possedute fossero prive di valore. Significa che nessuno raggiunse, in questo particolare protocollo sperimentale, la combinazione prevista dai criteri applicati dagli autori.
Prove standard e scenari operativi
I team con i risultati migliori nelle prove Standard 092 tendevano a lavorare bene anche negli scenari operativi. Quelli con prestazioni più basse nella parte standardizzata tendevano a ottenere risultati inferiori anche negli scenari. Fra gli otto team che superarono il 70% di risposte corrette nella parte standard, la media fu del 79% nelle prove Standard 092 e dell’86% negli scenari; quattro raggiunsero il 100% negli scenari.
I risultati aggregati variarono però fra le sedi. Le percentuali di risposte corrette negli scenari e nelle prove standard furono rispettivamente 45 e 41% nella prima sede, 65 e 62% nella seconda, 30 e 44% nella terza. Nelle prime due sedi la differenza non risultò significativa; nella terza i team lavorarono significativamente meglio nelle prove standard.
Questi dati sostengono l’ipotesi che una buona prestazione standardizzata possa fornire informazioni sulla capacità di affrontare scenari più operativi. Non dimostrano che i due contesti siano equivalenti o che una certificazione garantisca la stessa prestazione in qualsiasi impiego.
Differenze fra sedi e tipologie di esplosivo
La seconda sede ottenne più risposte corrette, ma anche i tassi più elevati di falsi allarmi: 15% negli scenari e 13% nelle prove standard. Gli autori propongono una possibile differenza nel criterio di risposta: una maggiore propensione a dichiarare l’allerta può aumentare sia i ritrovamenti sia i falsi allarmi.
Anche i risultati relativi ai sei esplosivi non furono uniformi. L’“Explosive 2” produsse le percentuali più alte nelle tre sedi, pari a 87, 74 e 64%. L’“Explosive 6” registrò i risultati più bassi in tutte le prove, mentre l’“Explosive 5” mostrò basse percentuali nella prima e nella terza sede.
Gli autori indicano come possibile spiegazione la diversa disponibilità ordinaria dei training aid. Alcuni team potrebbero aver avuto poche occasioni di lavorare con determinate tipologie o varianti. È un’ipotesi proposta dagli autori, non una causa accertata sperimentalmente.
Campioni, varianti e contenimento
Origine, composizione, lotto, conservazione, contenimento e modalità di presentazione possono cambiare il quadro odoroso disponibile. Un addestramento troppo stabile rischia di produrre una discriminazione del materiale conosciuto senza una generalizzazione sufficiente verso varianti operative pertinenti.
Nella prima sede, quando i pacchi erano riempiti e sigillati con nastro adesivo, l’“Explosive 4” fu individuato soltanto dal 5% dei team nella prima giornata e dal 67% nella seconda. Nella seconda sede, con scatole organizzate diversamente e non sigillate nello stesso modo, le percentuali furono del 70 e del 100%. Poiché cambiavano anche partecipanti e sede, il confronto non isola una sola causa, ma mostra quanto la configurazione della prova incida sull’interpretazione.
Certificazione, addestramento e capacità operativa
Considero necessario mantenere separati tre concetti. La certificazione verifica la prestazione rispetto a un protocollo. L’addestramento costruisce e mantiene le competenze. La capacità operativa riguarda la prestazione nelle condizioni concrete d’impiego.
I tre livelli sono collegati, ma non coincidono. Una certificazione ben progettata rappresenta un controllo importante; non sostituisce un programma di addestramento. Un’attività addestrativa intensa non dimostra da sola la competenza, se non è accompagnata da valutazioni indipendenti. Una buona prestazione in un test non garantisce infine la stessa efficacia davanti a ogni quantità, variante, contenimento o condizione ambientale.
Aree di lavoro da approfondire
Lo studio non introduce nuovi obblighi normativi, ma indica possibili aree di sviluppo: prove cieche o double blind, rotazione dei campioni, copertura delle varianti pertinenti, registrazione separata di hit, miss e falsi allarmi per tipologia di target e ripetizione periodica delle valutazioni.
La ricerca era single blind e gli stessi autori riconoscono che i valutatori avrebbero potuto fornire segnali involontari. Una procedura double blind può ridurre ulteriormente questo rischio. Registrare separatamente gli esiti impedisce inoltre che una media complessiva nasconda una criticità concentrata su uno specifico target o contenimento.
Il significato per il contesto italiano
La ricerca riguarda team statunitensi e un protocollo elaborato nel sistema OSAC e ANSI/ASB. Non modifica automaticamente standard, certificazioni o procedure adottati in Italia.
Il suo valore è metodologico: invita a chiedere quale prestazione venga realmente misurata, quanto i campioni rappresentino la variabilità pertinente, quali informazioni siano disponibili a conduttori e valutatori e come gli errori vengano registrati.
Per questo non considero sufficiente chiedere se un team EDD sia certificato. Chiederei anche come sia stato valutato, su quali materiali, in quali condizioni, con quale livello di cecità e attraverso quali dati sia stata verificata nel tempo la capacità operativa.
La domanda conclusiva è questa: la nostra prova misura soltanto la capacità di superare una procedura oppure produce dati realmente utili per stimare la prestazione richiesta sul campo?
Francesco Piliego
Francesco Piliego è Canine Security Advisor, specialista EDD, formatore ed esperto in detection. È CEO di FP GROUP SRL, azienda specializzata in servizi cinofili professionali per la sicurezza, la difesa e l’ambiente. Ex specialista delle unità cinofile antiesplosivo della Polizia di Stato, svolge attività di formazione e divulgazione attraverso podcast su Spotify ed è autore e proprietario del canale YouTube @francescopiliegoreal, che ha superato le 100.000 visualizzazioni.
Fonte scientifica
Michelle Karpinsky et al., “Explosive detection canines in the field: a multi-site black box validation study”, Frontiers in Veterinary Science, 16 ottobre 2025. https://doi.org/10.3389/fvets.2025.1668317